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Le parole della vita
di Adriana Maestro 

Fino a pochi anni fa rigurgiti razzisti e tendenze autoritarie ci sembravano affidate a un lontano passato rispetto a cui sfoderavamo un senso tacito di superiorità e di guadagnata civiltà. C’erano dentro di noi delle certezze, delle conquiste da cui ci sembrava impossibile tornare indietro. Questo il ricordo di me bambina e poi ragazzina nei banchi di scuola, quando le nostre maestre e i nostri maestri ci parlavano di fascismo, di nazismo, dei totalitarismi, delle discriminazioni razziali, dello schiavismo e della lotta di liberazione, dell’orrore che era stato, come di fasi storiche superate rispetto a cui avevamo sviluppato ormai gli anticorpi necessari.

E ricordo il nostro stupore rispetto a quanto era potuto accadere, le nostre domande incalzanti ai nonni e ai genitori. Avevamo fiducia e guardavamo con fiducia all’avvenire. Certo, sapevamo in cuor nostro che non ogni razzismo e autoritarismo era bandito dalla faccia della terra, ma non era questo il punto. Il punto era che simbolicamente, nel nostro immaginario, quel mondo era sconfitto, censurato, finito.

Oggi questo non è più vero. Nella narrazione pubblica sono tornati modi, pensieri, parole che qualche anno fa ci avrebbero scandalizzato. È tornato un uso del potere rozzo e autoritario che, insieme a una cultura che esalta individualismo, competizione, efficienza, forza, prestazione, considera la fragilità, la vulnerabilità, il senso del limite come un disvalore. Una narrazione demagogica, fatta di semplificazioni, slogan, affermazioni superficiali e approssimative tanto più pervasive quanto più lo sono oggi gli strumenti e le modalità della comunicazione. Una narrazione che costruisce ad arte nemici, dentro e fuori, e dice quello che il clima di insicurezza economica e sociale e la paura di tante donne e tanti uomini in qualche modo è disposto ad ascoltare.

Da almeno un quarto di secolo, da quando il modello economico e sociale vincente è sembrato definitivamente quello capitalistico, è cominciato un tenace processo di smantellamento dei corpi intermedi tanto nel tessuto sociale che nell’organizzazione del lavoro con una conseguente verticalizzazione del potere, cellularizzazione dei processi e inasprimento del comando. La frantumazione in una miriade di singolarità, insieme allo smantellamento di tanti presidi democratici, ha tolto luoghi e tempi per la costruzione e la maturazione di un pensiero antagonista, che la connessione attraverso la Rete non sostituisce, anzi. Soprattutto i social e le nuove applicazioni di messaggistica istantanea spingono verso un appiattimento della comunicazione in un eterno presente evanescente, senza progetto e senza profondità.

Un tourbillon comunicativo che affievolisce sempre più la capacità di analisi e la formazione di una coscienza critica.

Pratiche e pensieri differenti, che pure esistono, faticano moltissimo a diventare racconto condiviso e soprattutto racconto alternativo perché l’immaginario unico, sempre più pervasivo e totalizzante, suggerisce l’opposto. E anche perché spesso non hanno una adeguata coscienza di sé e della propria forza trasformatrice.

Non riescono a diventare racconto e non riescono a diventare politica, lasciando il discorso pubblico appannaggio di imbonitori o di esangui avversari che balbettano formule svuotate, ideologiche, mantra noiosissimi che hanno perso inesorabilmente contatto con le pratiche, con i territori, con la carne della vita.

Questa “disincarnazione” della narrazione ci anestetizza anche di fronte alla morte, anche di fronte alla morte che potremmo evitare, anche di fronte alla morte di bambini e di bambine, in un processo di disumanizzazione tanto più impressionante quanto più normalizzato.

C’è bisogno allora, più che mai, di ripartire dalla vita e dalle sue parole, in un lavoro profondo di ri-significazione che ci riporti alle radici profonde di ciò che è umano e di cosa significhi umanità.

 

 

 

 

 

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