Un Paese normale
di Adriana Maestro 

Interroghiamoci sulla normalità del nostro Paese, prima che su situazioni eccezionali e sulla capacità di risposte emergenziali.
Sul funzionamento ordinario dei nostri presidi democratici e dei nostri servizi essenziali, sulla nostra cultura di democrazia e trasparenza, sulla effettiva garanzia di pari trattamento per tutti, senza differenze di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di status economico o sociale – come recita l’art. 3 della nostra Costituzione.
Sul ruolo delle élite intellettuali, economiche, politiche, sui mezzi di informazione, sull’Università, su logiche lobbiste e protezioniste che con concorsi e numeri chiusi fingono di garantire qualità e bloccano invece l’espressione e il libero gioco delle competenze.
Sul perché la formazione e il mondo del lavoro non sono capaci di dialogare tra loro. Sul perché in questo Paese i giovani non hanno futuro. Perché, al di là di ogni stanca retorica, quelli che scelgono o hanno l’opportunità di partire comunque non sono tutti uguali, così come quelli che scelgono o hanno l’opportunità di restare.

Sull’engagement di una borghesia spesso codina.
Sulla “costituzione materiale”, sulla “sostanza culturale” di questo Paese spesso purtroppo molto più arretrata rispetto alla sua bellissima Costituzione formale, non a caso sempre di nuovo sottoposta ad attacchi trasversali.
E, solo alla fine, interroghiamoci su che classe dirigente abbiamo, chiediamoci perché è così difficile sradicare le organizzazioni mafiose, perché la stagione stragista è ancora coperta da mistero, perché ogni anno criminali senza scrupoli, senza alcun contrasto ordinario preventivo, distruggono centinaia di ettari di vegetazione e di habitat protetti.
Venticinque anni fa venivano trucidati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte.
Ma venticinque anni fa, a solo una settimana dall’assassinio del giudice Borsellino, anche il suicidio di una ragazzina di appena 17 anni, Rita Atria, una “testimone di giustizia” che non riesce a sopravvivere alla morte di quell’uomo – Paolo Borsellino – che rappresentava per lei l’unica possibilità di una esistenza normale, di fiducia nella vita democratica e nell’amore fondato sul rispetto delle persone. Lasciata sola da uno stato incapace di prevalere sulle cosche e di proteggere anche i suoi più fedeli servitori.
Paolo Borsellino era stato per lei il nuovo padre, il riferimento affettivo e ideale per potersi liberare dai legami familistici oppressivi e mafiosi. Un volo di sette piani in viale Amelia a Roma, dove vive in regime di protezione, spezza anche la sua vita. Troppo silenzio su questa morte. Solo da pochi anni il nome e la storia di Rita Atria cominciano a essere conosciuti, soprattutto quel legame affettivo unico e di fiducia profonda con Paolo Borsellino.

23 maggio, 19 luglio, 26 luglio. Una tragica sequenza di morte.

Storie maggiori e storie minori di un Paese che non riesce a essere normale.

 

 

 

 

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