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Chi ha vinto davvero le elezioni?
di Alessandro De Pascale

In questi giorni se lo chiedono tutti. Chi è il vero vincitore delle elezioni politiche italiane? La mia risposta a questa domanda è la stessa che diedi nel novembre 2016 per le presidenziali negli Stati Uniti e l’anno successivo per quelle francesi: Vladimir Putin.

Sì, proprio lui, il presidente (o meglio neozar) russo, ininterrottamente al potere da un ventennio, alla vigilia della sua praticamente certa rielezione il prossimo 18 marzo. Non è un mistero che il Cremlino da tempo abbia stretto accordi, a suon di bigliettoni, con i partiti anti-Unione europea. L’obiettivo di Putin è destabilizzare il Vecchio Continente e cancellare le sanzioni decise dall’Ue in seguito al suo interventismo. Su questa nuova “arca” fatta salpare da un Cremlino, ormai comunista solo di antica memoria, si sono imbarcati anche i neo-fascisti. È accaduto ad esempio in Francia con il Front National (Fn) di Marine Le Pen, che ha ottenuto da Mosca “prestiti” per 10 milioni di euro. L’amica d’Oltralpe del leader della Lega Matteo Salvini, suo alleato nell’Europarlamento e oggi a capo del partito più votato nella coalizione italiana di centro-destra anche grazie a quella generosa – ma ovviamente per nulla disinteressata – pioggia di denaro russo, nel maggio 2015 è arrivata a un soffio dal guidare la Francia. La Le Pen riuscì ad arrivare al ballottaggio contro l’attuale presidente centrista francese Emmanuel Macron e, pur uscendone sconfitta, il suo Front National ottenne il massimo storico di voti: 33,94% delle preferenze, il doppio di quelli presi nel 2002 dal padre Jean-Marie, fondatore del Fn.
Anche in Italia – come ha rivelato lo scorso febbraio un’inchiesta de L’Espresso – aleggia il sospetto che le formazioni considerate funzionali da Putin abbiano ricevuto soldi da Mosca. Aiuto provvidenziale nella nostra prima campagna elettorale che i partiti hanno dovuto pagare di tasca propria, non potendo più contare sui rimborsi pubblici. In campo il Cremlino ha messo Sergey Zheleznyak, delegato del neozar russo ai rapporti con i partiti europei.
È questo il contesto che si trovò di fronte Salvini volando a Mosca nel marzo scorso: sul suo profilo Facebook le foto con il presidente russo e il commento «io sto con lui», a pubblica testimonianza del nuovo asse padano-moscovita. Il periodo, del resto, non era dei migliori per le tasche del Carroccio. Il leader della Lega si affrettò a chiarire: «Ritengo che Putin sia un grande e lo penso gratis». Due mesi prima, però, Salvini aveva dovuto svelare al consiglio federale del partito il rovescio di quella medaglia. E cioè che, nonostante la richiesta di elezioni anticipate, erano al verde: «Oggi sul conto corrente della Lega nazionale abbiamo 15mila euro». Per il vicesegretario Giancarlo Giorgetti si trattava invece della «conferma che dalla Russia non abbiamo preso un euro e nemmeno un rublo».
Il colpo di grazia arrivò a settembre, sempre del 2017, quando il tribunale di Genova ordinò il sequestro al Carroccio di quasi 49 milioni di euro, tra beni e conti correnti, stima del danno che lo Stato avrebbe subito a seguito della maxi truffa sui rimborsi elettorali nel biennio 2008-10, per la quale sono stati condannati in primo grado il fondatore della Lega Umberto Bossi (2 anni e mezzo), l’ex tesoriere del partito Francesco Belsito (4 anni e 10 mesi) e altri cinque imputati. Sui conti della Lega i magistrati trovarono però soltanto 2 milioni di euro, motivo per cui è stata avviata una nuova indagine, stavolta per riciclaggio, ipotizzando che altri soldi, durante le gestioni di Salvini e del suo predecessore Roberto Maroni, siano stati nascosti per metterli al sicuro dai sequestri. I leghisti spararono parole grosse, di berlusconiana memoria, come «colpo di Stato», «sentenza politica» o «attacco alla democrazia».

Arriviamo così al rapporto sulle ingerenze russe nelle elezioni statunitensi che, citando come vedremo anche l’Italia, vede le indagini dell’Fbi sempre più vicine alla Stanza ovale del presidente Usa Donald Trump.
Sono ormai coinvolti direttamente nel cosiddetto Russiagate l’ex responsabile della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di aver pagato 2 milioni di euro a politici europei affinché facessero lobby in favore dell’Ucraina e del suo ex presidente filo-russo Viktor Yanukovich (in carica prima della protesta di Maidan e del cambio di direzione del Paese), e l’allora suo braccio destro, Rick Gates, che ha già confessato. A loro si è aggiunto a fine febbraio persino il genero di Trump, Jared Kushner, marito della figlia Ivanka, consigliere alla Casa Bianca per la politica estera (soprattutto in Medio Oriente), al quale è stato revocato il nullaosta di sicurezza per accedere ai dossier “top secret” dell’intelligence Usa. Il senatore democratico Ben Cardin, membro della Commissione affari esteri del Senato americano, nel rapporto sulle ingerenze russe presentato a gennaio al Congresso, identifica il Russotrudnichestvo (il Centro russo di scienza e cultura), controllato direttamente dal ministero degli Esteri di Mosca e forte di una rete culturale-imprenditoriale-diplomatica di 600 persone sparse in 25 nazioni, come il braccio operativo del Cremlino per influenzare la politica di altri Stati. Nel documento redatto da Cardin si avanza il sospetto che la Lega abbia «ricevuto fondi dai servizi di sicurezza del Cremlino». Il senatore Usa ha poi dichiarato il mese scorso senza mezzi termini, in un’intervista al quotidiano La Stampa, che il tentativo di Mosca di «influenzare le elezioni in tutto l’Occidente (…) è un’operazione che costa poco, e qualunque risultato ottenuto in termini di destabilizzazione rappresenta comunque un guadagno». Sempre a suo dire, «in Italia gli interventi sono avvenuti durante il referendum costituzionale del 2016, quando per esempio il Movimento 5 Stelle ha usato una rete di siti e social media per diffondere fake news favorevoli agli obiettivi di Mosca». L’importanza rivestita dal Centro russo di scienza e cultura è confermata dai fondi garantiti dal Cremlino – per il settimanale L’Espresso schizzati dai 48 milioni di euro del 2013 ai 228 programmati entro il 2020. A dirigere a Roma la sede italiana del Russotrudnichestvo c’è Oleg Osipova, donna riservatissima sui temi politici, come su se stessa, poiché gli unici 2 profili Facebook con quel nome sono privati e non è possibile vedere alcuna informazione, post o fotografia. Discorso diametralmente opposto per sua figlia Irina (classe 1988), volto per nulla celato del clan familiare e agente del Cremlino in Italia secondo la tv ucraina Ictv – ipotesi prontamente smentita dalla diretta interessata. La prima cosa certa è che Irina alle ultime elezioni comunali di Roma è stata candidata con Fratelli d’Italia. Anche il suo profilo Facebook non lascia spazio a interpretazioni di sorta. Martedì 6 marzo, la giovane russa si è schierata apertamente a favore del semi-presidenzialismo: «Si vota per presidente e per le Camere separatamente. Il giorno dopo le elezioni c'è chiarezza e trasparenza. La Russia e la Francia ne sono l'esempio», ha scritto lei stessa in un post. Una manciata di minuti prima, aveva invece confermato il risultato ottenuto: «Il 70% degli italiani ha votato i partiti che dichiarano di essere favorevoli a una politica amichevole e strategica verso la Russia», per poi confidare nel futuro, scrivendo «rimaniamo in attesa dei passi concreti».
Ma chi é davvero Irina Osipova? E soprattutto, qual é il suo rapporto con questi partiti "filo-russi"?

Ancora una volta è lei stessa a rispondere, stavolta tramite le foto del suo profilo Facebook. In una serie di scatti del 22 gennaio 2017, inaugura il circolo culturale di estrema destra “La Terra dei Padri” di Modena, a quanto pare alla presenza di Mario Merlino, famoso fascista implicato nei processi di piazza Fontana e fautore dell’infiltrazione nei gruppi di sinistra come propria linea politica. Mentre lei sedeva al tavolo dei relatori, in posizione centrale, per aprire quella sede, fuori accese contestazioni di antifascisti e prese di posizione da parte di movimenti anarchici, di sinistra e, a livello istituzionale, di parlamentari e vertici del Pd. Persino il consiglio comunale di Modena aveva inviato un’esplicita richiesta alla Questura per controllare che le attività de “La Terra dei Padri” non incitassero all’odio. Per la cronaca, cinque mesi dopo la sede di quel circolo è stata data alle fiamme e resa parzialmente inagibile. Meno di una settimana dopo quell’inaugurazione, il 28 gennaio, Irina è in piazza San Silvestro a Roma a farsi selfie con altri fascio-leghisti, alla manifestazione “Italia Sovrana” di Fratelli d’Italia e Lega. Intanto dal palco il leader del Carroccio Matteo Salvini augurava «buon lavoro al presidente Trump e a Putin. Averne a palazzo Chigi di Trump e Putin. Quello che dice Trump lo faremo noi quando andiamo al governo». Gli faceva da sponda la numero uno di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, affermando che «il nostro interesse nazionale è stringere rapporti con la Russia». Ovviamente sia in piazza, sia durante il corteo, sventolavano numerose anche le bandiere di Forza Nuova e Casapound Italia. Ed ecco quindi un’altra foto di Irina assieme a Marco Clemente, nominato a fine 2017 vice-presidente di quest’ultimo movimento della destra radicale, di matrice neofascista e populista. Le politiche 2018 hanno sancito il battesimo elettorale di Casapound, che per la prima volta si è presentata a livello nazionale, non sfiorando nemmeno lo sbarramento del 3% (ha preso lo 0,94%) e rimanendo così fuori dal Parlamento. La promozione di Clemente, fino ad allora coordinatore in Lombardia, venne motivata dal presidente di Casapound, Gianluca Iannone, con la necessità «di darsi una struttura organizzativa più articolata (…) e di affrontare al meglio le sfide in arrivo, a cominciare dalle elezioni politiche oramai imminenti». Iannone aggiunse anche: «Sono certo che Clemente, come del resto ha già ampiamente dimostrato in questi anni, saprà rappresentare un elemento cruciale di questo processo». Aveva probabilmente i numeri giusti (di telefono? Rubo la battuta al direttore de L’Espresso, Marco Da Milano) per avvicinare Casapound alla Lega. Infine, sempre secondo il sopra citato settimanale italiano, in almeno un’occasione Irina avrebbe personalmente accompagnato Salvini nella capitale russa. Un’ultima domanda, a questo punto, sorge spontanea: cosa c’è davvero dietro lo sbarco sulla Piazza Rossa di Mosca di un partito nazionalista come il Carroccio? La risposta, ancora una volta, è nel portafogli, stavolta costituito dai bilanci delle tante imprese del Nord che vogliono continuare a fare affari con la Russia, attualmente congelati dall’embargo imposto dalle sanzioni dell’Ue. A chiarire il concetto, di nuovo il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti: «Non servono e costano un sacco di soldi alla nostra economia. Stiamo perdendo quote di mercato importanti, per esempio nell’agroalimentare o nell’arredamento, senza peraltro danneggiare la Russia che semplicemente si rifornisce altrove. A noi leghisti piacciono le persone di buonsenso che dicono quel che pensa la gente normale, non il mainstream buonista e politicamente corretto dominante. Come Putin, appunto, Trump o Orban». Poco importa se quegli affari vanno fatti con un ex 007 del Kgb, poi direttore degli eredi servizi segreti federali Fsb e infine da oltre un ventennio numero uno della nuova Russia neozarista, che mira a un nuovo impero portando avanti la sua agenda politico-strategico-militare, non solo con i rubli, le forze armate e i battaglioni di hacker, ma con bombardamenti indiscriminati nel più totale disprezzo della vita umana. Non dobbiamo mai dimenticare che nel 1999 Putin ha annientato l’indipendentismo in Cecenia («li inseguiremo fin nel cesso», promise allora). Stesso discorso per la “rivoluzione” siriana, dove l’intervento di Mosca ha consentito al dittatore Bashar al-Assad, dato ormai per spacciato, non solo di rimanere al suo posto, ma anzi di avvicinarsi sempre di più all’ormai imminente vittoria. Vladimir Putin è lo stesso uomo che nel 2014 ha messo a segno in Crimea la prima annessione territoriale che l’Europa abbia vissuto dalla Seconda guerra mondiale, nonché il regista del tentativo di secessione nella confinante Ucraina orientale, dove a combattere con i filo-russi, guarda caso, ci sono anche i neo-fascisti italiani. Tutto questo sul piano prettamente militare, perché su quello politico la sua azione all’estero, come abbiamo visto, è altrettanto invasiva. A differire sono le armi che ha messo in campo: non aerei o carri armati, quanto piuttosto hacker, fake news, omicidi su suolo europeo di personaggi russi ritenuti scomodi (le morti sospette, soltanto in Gran Bretagna, sarebbero una dozzina) e soprattutto una montagna di soldi per gli “amici” o anche solo – per il proverbio secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico” – per i nemici dei nemici, appunto.

 

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