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Welfare di Comunità

Dunque, just in time e competizione a scapito dei diritti, come modello di lavoro in fabbrica e come modello di lavoro sociale generalizzato sul territorio, importato nel pubblico e nella sussidiarietà dei servizi del Terzo settore: convenzioni al più basso costo, con chi è più disponibile a lavorare senza diritti, solo per tempi medio-brevi, senza alcuna certezza di futuro per chi lavora e per chi fruisce dei servizi.
Insomma, zero magazzino e zero errori nell’incarcerare l’esclusione, con un esercito di disoccupati pronti a subentrare al posto di chi confligge.
Una convenzione a tempo determinatissimo – legata al solo esercizio finanziario di un anno, a volte al budget disponibile per soli sei mesi di progetto, per fare assistenza domiciliare a basso costo a disabili gravi, con trasferimento finanziario alle imprese non profit della sussidiarietà ritardato di due anni rispetto alla erogazione effettiva del servizio, e con la richiesta invece immediata delle regolari contribuzioni fiscali – cosa è se non l’abbandono e lo stravolgimento totale di ogni principio etico, sociale ed economico costituzionale. L’imbarbarimento, in una nuova versione di dumping sociale dei servizi, di ogni rapporto di civiltà democratica assunto dalla Costituzione dei nostri padri. Quelli di tradizione liberale, cristiana, socialista e comunista.
In buona sostanza, una riforma strutturale di politiche sociali pubbliche, nazionali e locali, coerente con la tradizione dello stato sociale europeo, con i principi universalistici e i diritti di cittadinanza sanciti dalla nostra Costituzione, dalle Carte Internazionali dell’ONU e dell’OMS, si realizza garantendo il raggiungimento di 5 obiettivi generali strategici per ogni città e per ogni quartiere:

1. la definizione di risorse finanziarie adeguate, da calcolare per quota capitaria, per garantire i livelli essenziali di assistenza. La copertura finanziaria di questo welfare strutturale è certamente possibile sia riformulando le priorità dei capitoli della legge finanziaria (cfr. Spesa sociale e di guerra degli ultimi anni a confronto: un solo caccia in costruzione vale quanto tutto il fondo per la non autosufficienza) sia attingendo dalla tassazione generale informata ai criteri di progressività (Cost., art. 53), a livello generale e locale;

2. la determinazione, per normativa quadro nazionale e relativi dispositivi regionali, degli standard di risorse umane dedicate ai servizi sociali territoriali;

3. l’individuazione dell’Unità Territoriale di Base – il Distretto Integrato Territoriale – quale governance omogenea per la programmazione e l’attivazione delle politiche sociali, sanitarie, formative e del lavoro (standard di 50mila ab.);

4. l’affermazione di strategie di personalizzazione dei programmi sociali, formativi e socio-sanitari (risorse legate ai bisogni), non solo per compensare e contrastare i processi di esclusione delle fasce più fragili della popolazione, ma anche per garantire la qualità della vita e l’agio delle bambine e dei bambini, delle giovani e dei giovani, delle donne e degli uomini anziani;

 5. la definizione, dopo le esperienze del Reddito minimo di inserimento, a livello nazionale, e del Reddito di cittadinanza, a livello regionale, di una misura universalistica ed europea di contrasto alla povertà nel nostro Paese, come reddito di cittadinanza.

Un federalismo senza equa distribuzione delle risorse rispetto ai bisogni, senza una garanzia universalistica dell’effettivo esercizio dei diritti si trasforma in una localizzazione delle povertà più diverse, materiali e immateriali, e trasforma i cittadini destinatari dei servizi in clienti territoriali con diverso, ineguale accesso ai diritti.
Una sussidiarietà verticale senza trasferimento di risorse ed una sussidiarietà orizzontale senza co-progettazione si trasformano in municipalismo selvaggio senza regole.
Il confronto fra le quote capitarie assegnate alla programmazione dei servizi sociali nel nostro Paese è la cartina di tornasole di questa grande ingiustizia costituzionale, e la conferma che le autonomie dei governi locali, senza regole generali di contribuzioni fiscali eque, rischiano di generare solo contrapposte regioni a ritardo di sviluppo, senza reale emancipazione e con profonde disuguaglianze.
Un modello credibile di Welfare di Comunità è un sistema integrato tra Servizi pubblici e del privato sociale che:

- prende in carico, e non semplicemente cura, realizzando un processo personalizzato di intervento nell’intero arco della vita individuale e collettiva;
- emancipa e non rende dipendenti;
- previene a partire dalla qualità delle relazioni e dell’habitat;
- sostiene tutto il gruppo familiare nello spazio vitale, sociale e territoriale;
- coordina l’assistenza sociale, sanitaria, formativa e del lavoro su un distretto territorialmente governabile per raggiungere gradualmente l’obiettivo dell’esclusione sociale uguale a zero.

Insomma, realizza i dieci punti strategici del welfare di cittadinanza deliberato dalla Regione Campania nel luglio 2007, e promuove una strategia centrata sul Distretto Integrato Territoriale.

 

 

 

 

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